Gentiloni: «L’orrore delle Foibe insegni all’Europa integrazione e fiducia» (Il Messaggero)

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Sono trascorsi oltre dieci anni dall’istituzione del “Giorno del Ricordo” per le vittime delle foibe e dell’esodo fiumano-giuliano-dalmata, la tragedia della minoranza italiana dell’Adriatico orientale. Un intervallo di tempo sufficiente ad abbozzare un bilancio e a muovere alcune considerazioni rivolte al futuro. Innanzitutto, si può affermare che la narrazione di questa tragedia si sia svincolata dalle letture ideologiche.

Letture ideologiche che l’hanno condizionata per decenni. Paiono lontane le strumentalizzazioni, lacerazioni, rimozioni e aggressioni del Dopoguerra – in alcuni casi di una crudeltà oggi difficilmente immaginabile – e assai accresciuta la disponibilità della comunità nazionale a considerare questa vicenda un patrimonio costitutivo della nostra identità. Non mancano episodi di intolleranza residuali, da contrastare con l’evidenza storica dei fatti, ma assai più significativo risulta il successo dello spettacolo “Magazzino 18” di Simone Cristicchi che mette in scena la memoria di questa tragedia avvenuta nell’Europa del secondo Dopoguerra.

A tutto ciò ha certamente contribuito l’impegno delle istituzioni, a partire dalla celebrazione prestigiosa svolta ogni anno dal Presidente della Repubblica. Il che mostra quanto le ricorrenze possano servire a forgiare a quel “calendario civile” necessario a formare una memoria e dunque una identità condivisa.

Certo, bisogna proseguire nello sforzo che il Governo sta compiendo per definire tutte le questioni ancora aperte. Da questo punto di vista anche grazie al contributo delle personalità che si sono impegnate in tal senso – occorre trovare un compromesso alto e soddisfacente in grado di rappresentare nel modo più giusto le istanze di coloro che furono costretti a migrare e i cui diritti furono violati. Un’eventuale fondazione preposta a ricevere i risarcimenti sloveni e croati dovrebbe dotarsi di strumenti e obiettivi di livello indiscutibile: su questo si è ormai coagulato un consenso crescente, che vede nelle attività culturali, di ricerca e formazione delle nuove generazioni la destinazione principale e più significativa dei fondi a disposizione.

Infine, occorre riprendere e approfondire il dialogo con i nostri alleati adriatici perché si giunga ad alcuni gesti “politici” dal grande valore simbolico. Colpisce una circostanza: le stesse contrade che furono teatro di massacri, guerre e deportazioni ospitano oggi una migrazione epocale, esito di un mondo irto di conflitti. Per evitare gli errori del passato, è qui che dobbiamo impegnarci a costruire un’Europa diversa e migliore. Un’Europa capace di offrire un orizzonte di sviluppo e integrazione anche grazie al progetto della macro-regione adriatico-ionica. Un continente che esporti solidarietà e giustizia e non muri o fili spinati. Per questo c’è bisogno di un dialogo proficuo tra i partner dell’area adriatica e mediterranea. Un dialogo che faccia i conti con un passato doloroso e che possa guardare al futuro all’insegna della collaborazione e della fiducia.

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