Lavoro, gli italiani vanno a caccia in Argentina

Il primo, inequivocabile, segno che l’Italia non è poi così lontana appare all’aeroporto internazionale di Buenos Aires. Tutti lo chiamano Ezeiza, ma in realtà lo scalo è intitolato al ministro Juan Pistarini. Uno dei tantissimi argentini di origine italiana ad avere segnato la storia del Paese sudamericano.

Il secondo si manifesta pochi minuti dopo l’atterraggio, quando ci si rende conto che – a dispetto degli oltre 11mila chilometri di distanza – la lingua non è un ostacolo insormontabile. Magari non parlano l’italiano ma lo comprendono senza difficoltà. E non è un caso, visto che qui il 40 per cento della popolazione ha proprio discendenze nel Bel paese. Mentre quella di origine spagnola si ferma solo al 30. Questo spiega, almeno in parte, come mai proprio l’Argentina sia diventata – soprattutto negli ultimi anni della crisi economica – il Paese con il più alto tasso di emigrazione italiana al mondo. Complice anche un’economia che, seppure a fatica, sta facendo progressi, sono sempre di più giovani e meno giovani a scegliere il Paese sudamericano come base per ripartire. Per inventare quel piano B che a casa difficilmente riuscirebbero a realizzare.

A Buenos Aires, come in gran parte del Paese, è abbastanza facile sentirsi a casa. Basta fare una passeggiata nella bellissima capitale per imbattersi, per esempio, in palazzi e monumenti di stampo decisamente europeo. In una sorta di mix vincente fra Roma, Napoli, Parigi e Madrid che per qualche istante fa dimenticare i chilometri – e l’oceano Atlantico – che separano il vecchio e il nuovo continente. Poi ci sono le insegne dei negozi: quasi tutte riportano un cognome italiano. E ancora i nomi dei quartieri di Buenos Aires – da Belgrano a Palermo – di chiaro stampo tricolore. Infine ci sono le tante persone che si incontrano per strada. Quando sentono parlare in italiano attaccano subito bottone: c’è chi ricorda qualche parola nel dialetto del nonno e chi snocciola i piatti tipici che mangiava da bambino. E che poi ha riproposto, magari un po’ modificati, nel suo ristorante made in Italy.

COME A CASA

Attualmente è in atto la terza grande ondata di emigrazione italiana: è cominciata nel 2008 – con l’inizio della grande crisi – e va avanti inarrestabile. L’Argentina è il Paese che in assoluto conta più italiani residenti, dopo il Bel paese. Quelli iscritti all’Aire – l’anagrafe degli italiani residenti all’estero – sono 868.265 (il dato è del 2015), il 3,8 per cento in più rispetto al 2013, quando sono stati oltre seimila i nostri connazionali che sono venuti a vivere qui. Più altri 5.184 lo scorso anno. I dati, spiegano dal ministero dell’Interno, sono in difetto perché non tutti gli emigranti si mettono immediatamente in regola con la propria posizione. Ce ne sono molti che aspettano a registrarsi negli uffici competenti. Così i numeri vanno incrociati con quelli forniti dalla Dirección nacional de migraciones, secondo la quale dal 1990 al 2012 gli italiani che hanno fatto richiesta di residenza sono stati poco meno di 11mila. Infine c’è una recente indagine della Fondazione Migrantes, secondo la quale solo nel 2014 i nuovi arrivati stati ben 7.225.

Gli emigranti del nuovo millennio sono però decisamente diversi da quelli che hanno attraversato l’Atlantico alla fine del 1800 e a cavallo fra le due guerre mondiali. Ad andare via, adesso, sono soprattutto giovani, di tutti i ceti sociali e con qualunque livello di istruzione. Seguono gli over cinquanta, che dopo essere rimasti senza lavoro in Italia hanno deciso di scommettere sulle possibilità offerte da un Paese enorme ma decisamente poco popolato (appena 42 milioni di abitanti su una superficie complessiva di quasi tre milioni di chilometri quadrati). Provengono soprattutto da Puglia, Calabria, Campania e Sicilia. E spesso cominciano col fare i baristi, i camerieri o gli insegnanti di italiano (corsi richiestissimi) per imparare bene la lingua. Le città più gettonate sono Buenos Aires (conta 285.601 italiani residenti), Rosario (131.421), La Plata (92.402), Cordoba (87.724), Bahia Blanca (61.177), Mendoza (56.884) e Moron (52.861), Lomas de Zamora (51.227) e Mar del Plata (48.968). L’obiettivo, per la maggior parte di loro, è mettere a frutto il talento che in Italia non trova spazio.

OGGI VIVIAMO COSÌ…

Proprio questo ha spinto Fulgida Trizzi, 54 anni da Genova, a trasferirsi nelle campagne della provincia di Mendoza. La incontriamo nel suo appezzamento, fra pomodori biologici e minestroni a chilometro zero. E scopriamo che lei prima di approdare nel nuovo mondo era una manager, e dirigeva una serie di impianti di nuoto nel capoluogo ligure. «La scelta di abbandonare l’Italia è maturata nel 2005 – rivela – ero stanca dei ritmi, del lavoro, della mancanza di ideali e di quella crisi che cominciava ad affacciarsi come uno spettro. Così mi sono presa un anno sabbatico e sono arrivata qui. A oltre 40 anni ho deciso di reinventarmi e ho scelto di coltivare la terra». Fulgida ha messo da parte il tailleur e ha calzato gli stivali. Scommettendo sul biologico. «Quando ho cominciato, qui non sapevano neanche cosa volesse dire. Poi piano piano hanno cominciato ad apprezzare la qualità del chilometro zero, che definiscono organico. E adesso ho molti clienti fissi. Non mi arricchisco, ma sto bene». Fulgida ha anche scommesso su internet, creando il primo sistema di delivery della zona. «Raccolgo tutte le ordinazioni attraverso il sito e con il mio camioncino faccio le consegne. La più grande difficoltà? Senza dubbio la lontananza dalla famiglia». Nella provincia di Mendoza incontriamo un altro italiano fuggito dalla crisi. Si chiama Niki Romano e prima di andare via, tre anni fa, vendeva vini e liquori. Adesso realizza borse e valigie di cuoio artigianali, con il marchio Ziniki, nella città di San Rafael. «Ho imparato qui, grazie a un conoscente che lavorava con il cuoio. In vita mia sinceramente mai avrei pensato di imparare a cucire. Men che meno la pelle». E invece adesso si è specializzato e affronta il futuro con meno ansia rispetto a prima. «Le difficoltà ovviamente non mancano – prosegue -, ma in questo grande Paese c’è ancora spazio per la creatività e per l’impegno. Chi lavora sodo prima o poi raccoglie i frutti. L’Italia naturalmente mancherà sempre, ma qui c’è l’occasione per crescere e mettere a frutto il proprio talento».

INVERSIONE A U

Da Genova arriva anche Paolo Bonanno, che invece ha scelto Buenos Aires. Ha 40 anni e lavora per il consolato italiano. «Sono arrivato qui nel 2002, nel pieno della crisi argentina, quando gli italo-argentini facevano la fila, o addirittura si accampavano davanti ai nostri uffici, pur di ottenere la cittadinanza italiana. Adesso le cose sono cambiate. Tanti italiani stanno scegliendo questo Paese dove la gente è più rilassata, gentile e amichevole. E dove la predisposizione verso di noi è davvero notevole». I vantaggi offerti da questa nazione, per lui, sono diversi: «Dal punto di vista economico c’è tanta libertà di impresa anche se non è sempre facilissimo trovare lavoro, anche a causa di una burocrazia che sta diventando sempre più complessa. Il problema più grande è causato invece dalla fortissima inflazione, che non consente di organizzare il futuro a lungo termine».

Come loro, tantissimi altri connazionali stanno cercando di cambiare in meglio la propria vita lavorativa. Ma sempre con un pizzico di nostalgia. La stessa che accompagna chi in Italia ci è solo nato. «Sono di Catanzaro – racconta sorridente un signore di mezza età in viaggio sul bus -, ma sono arrivato qui quando avevo un anno. Sono stato in Italia per la prima volta due anni fa e l’emozione è stata grandissima. Ci sono andato con mia moglie, anche lei di origini calabresi e da allora stiamo mettendo i soldi da parte per tornare. Vogliamo vedere tutte le bellezze che ci siamo persi finora».

Daniela Uva

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