PER COMBATTERE L’ITALIAN SOUNDING PARLA L’ITALIANO! – DI DINO BORRI

PER COMBATTERE L’ITALIAN SOUNDING PARLA L

 

NEW YORK\ aise\ – “Balsamic, parmesan, EVOO, tomato/tomato, muzzarella, boloni, bombonzola e chi più ne ha più ne metta… il problema dell’Italian sounding non è mai stato cosi attuale”, tuona Dino Borri dale pagine del magazine on line I-Italy.org, diretto a New York da Letizia Airos.
“Il business dell’imitazione, grazie all’utilizzo di nomi o immagini che richiamano l’Italia, presenta cifre davvero stratosferiche, visto che, dati alla mano, a fronte dei 20 miliardi di euro di prodotti alimentari esportati nel 2009 ne sono circolati nel mondo circa 60 relativi a imitazioni di scarsa qualità, vendute ad un prezzo più contenuto. Questo”, spiega l’articolo, che riportiamo di seguito, “significa che sugli scaffali dei supermercati di tutto il mondo per ogni barattolo di salsa o di pomodoro pelato “autentico”, per ogni pacco di pasta o confezione di olio extravergine nostrani, ne esistono 3 che traggono in inganno i consumatori sfruttando l’immagine, i colori, le marche e le denominazione italiane. In questo caso, però, le proporzioni cambiano se analizziamo le aree geografiche. Il mercato nord americano sviluppa complessivamente 24 miliardi di euro di fatturato “Italian Sounding” a fronte di un export dei prodotti alimentari autentici pari a circa 3 miliardi di euro: significa che solo 1 prodotto alimentare su 8 è veramente italiano.
Oltre alla contraffazione, ci sono anche i danni di immagine indiretta, prima tra tutti l’ultimo scandalo di alcune industrie casearie statunitensi: una serie di articoli pubblicati su siti e giornali degli Usa ha rivelato che il formaggio “Parmesan Cheese” prodotto, distribuito e venduto negli Usa contiene ingredienti di non provenienza casearia, come la cellulosa di polpa di legno.
L’analisi, iniziata in un caseificio del Pennsylvania nell’inverno del 2012, si è estesa a diversi caseifici degli Stati Uniti; ciò ha portato alla scoperta della presenza di alte percentuali di cellulosa, per la maggior parte polpa di legno polverizzata e carta, come ingrediente, in quattro differenti brand distribuiti nelle maggiori catene retail nazionali. La quantità di cellulosa riscontrata e arrivata all’8,8%, mentre gli “esperti” tecnologi di un centro di ricerca nel Wisconsin dichiarano che la quantità di cellulosa accettabile varia tra il 2 e il 4% (la cellulosa è accettabile come ingrediente?).
Inoltre una professoressa nel dipartimento di nutrizione dell’Università di New York, cercando di placare i toni della polemica, ha affermato che la cellulosa non è necessariamente cancerogena ma, anzi, potrebbe essere salutare, infatti è considerata una fibra ed è presente in lassativi e molte bevande. E anche nel caso specifico del formaggio, essa agisce esattamente come un fibra.
Va sottolineato che nessuno di questi brand è italiano, ma sicuramente il consumatore meno attento potrebbe essere confuso dal nome che si accosta all’originale.
La scoperta della pasta di legno nel formaggio è solo l’ultimo scandalo che coinvolge ciò che mangiamo. A novembre, questa volta in Italia, alcune delle aziende proprietarie di marche di olio d’oliva tra i più distribuiti nel mondo sono state accusate di spacciare un olio di bassa qualità solo “vergine” come “olio extra-vergine”, la qualità più alta, oltre a non dichiarare la esatta provenienza del prodotto.
L’elenco delle categorie che che vengono spacciate come italiane potrebbe non aver fine: si calcola che oltre 60 billions di prodotti vengono venduti come italiani ma non lo sono.
Tra i più “taroccati” i pomodori, le salse, l’aceto e il vino, per non parlare dei salumi, che solo in alcuni casi sono di provenienza italiana, ad esempio solo 3 prosciutti DOP possono essere importati negli Usa: Parma, San Daniele e Toscano. Mentre tutt’ora negli stati Uniti non si possono ancora trovare insaccati (salami, coppe, e salumi macinati stagionati in generale), con provenienza di materia prima italiana e produzione italiana al 100%.
Dunque il continuo martellamento pubblicitario di prodotti con nomi italiani, ma con provenienza di chissà quale Paese, disorientano il consumatore che non sa più cosa sia vero e cosa sia una falsa copia.
Naturalmente non ho una formula magica per risolvere questo problema. Ma una delle stategie che bisognerebbe adottare è l’uso corretto della “lingua” come strumento di provata origine e qualità del prodotto, questo tramite una forte educazione alla base di chi sceglie e poi vende o trasforma un prodotto italiano.
Perche questo? Prima di tutto perchè i prodotti certificati (DOP, IPG DOC DOCG ecc) hanno un nome proprio che ne determina caratteristiche specifiche di qualità ed origine, dunque chiamare e di conseguenza comprare un prodotto a denominazione controllata è una garanzia di sicurezza.
Non può esistere un Parmigiano-Reggiano vero e uno falso, perchè se non si chiama Parmigiano-Reggiano è gia’ un prodotto falso e l’originale non può contenere cellulose.
L’uso corretto di una lingua e l’esatto spelling dei nomi dovrebbero e sono il primo passo per un acquisto consapevole ed una corretta alimentazione.
Quindi iniziamo a chiamare i prodotti con il loro nome di “battesimo”. Io sono Dino Borri e non Daino Bore, il parmigiano reggiano non è il parmesan, il grana padano non il grena, il gorgonzola non e la bergonzola e la mortadella di Bologna non è “Boloni”.
Negozianti, importatori e ristoratori che utilizzano e promuovono l’Italia nel mondo dovrebbero farsi ambasciatori dell’applicazione di queste semplici basi gastronomico-culturali, oltre a iniziare una politica vera su ciò che è di origine italiana e ciò che non lo è o non lo può essere.
Condivido quanto sostiene Lucia Pasqualini, cara amica ed ex vice console presso il consolato di New York, attualmente a capo dell’ufficio che si occupa di promozione della lingua italiana presso il Ministero degli Affari Esteri: “È fondamentale che i nostri prodotti siano denominati in italiano. L’uso corretto del linguaggio è sinonimo di genuinità dei prodotti. Comprate parmigiano reggiano, bevete un cappuccino e mangiate prosciutto! Denominare i prodotti in italiano infatti attribuisce loro un valore aggiunto. Questa è la ragione per cui è importante che le aziende italiane siano consapevoli della straordinaria forza evocativa della nostra lingua. Sta a noi far sì che le altre lingue non si approprino della nostra lingua e cambino il nome dei nostri prodotti tipici, espressione della nostra cultura più profonda. Parlare italiano è bello! Quindi perché non farlo?”.
Aggiungo che anche tutti coloro che amano il cibo, amano di conseguenza i prodotti italiani. E dunque noi italiani per primi dovremmo insegnare ai nostri amici stranieri l’uso corretto dei nomi degli alimenti. Anche attravverso la lingua e il cibo si può far cultura e creare pace e unione”. (aise) 

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