Madonna Nera, “pizzicati” da Buenos Aires stasera a Lecce

I Madonna Nera

 

«Il legame con l’Italia, per noi nati altrove, comporta sempre un po’ di tristezza. Ho scoperto la Taranta, questa musica di guarigione, mentre anch’io ero in cerca di una guarigione. La musica è stato il mio personale percorso per riappropriarmi delle radici». Biografia argentina, memorie familiari calabresi e campane, un colpo di tamburello ha chiuso il cerchio dell’identità disseminata di Veronica Morello. A distanza di sei anni i “Madonna nera”, il gruppo fondato dalla cantante e percussionista di Buenos Aires, è riuscito a traghettare in patria una tradizione musicale sconosciuta anche agli “aficionados” dell’Italia, diventando un piccolo caso di successo nel Paese. E ora “torna” nell’ideale luogo d’origine per condividere un racconto di incontro e contaminazione tra culture. Il tour, partito dal Molise e transitato anche dal Castello di Acaya, questa sera alle 22 farà tappa al Barroccio di Lecce.

Maxi Manzo – voce, chitarra, tamburello – Guadalupe Soria – voce, clarinetto, caja chayera – Julian Gandara – charango, ronroco, lira calabrese – Matias Gatica Duco – tammorra, bombo leguero – Alexia Thedwrou – danza – insieme a Veronica che suona tamburello, tammorra, cencerro: basta una parziale elencazione degli strumenti in scena per restituire lo spirito di Madonna nera, che anche nel nome, col riferimento alla madonna catalana di Santa Maria di Bonaria, è un omaggio alla ibrida Buenos Aires in bilico tra America ed Europa.

Pizziche, tarante, canti alla stisa, stornelli salentini, ma anche tarantelle calabresi, tammurriate e altri repertori, per ricucire pezzo dopo pezzo quel Sud Italia delle origini che non è solo melodramma e “Volare”. «Avevo cominciato a studiare la musica italiana grazie a mio padre, che ha un programma in radio per la comunità italiana – racconta Morello – prima le canzoni napoletane, poi ho scoperto la Taranta. Sarà un caso, ma io sono nata proprio il 29 giugno, il giorno delle tarantate».

È andata a finire che tre dei suoi compleanni li ha trascorsi nel Salento. Ma nel Salento è anche venuta ad apprendere il canto popolare come si faceva una volta. Rosaria Gaballo, una delle quattro famose sorelle neretine, e la giovane Vincenza Magnolo, morta prematuramente: Morello ha vissuto con loro per sette mesi, poi le ha portate in argentina perché trasmettessero il loro sapere anche agli altri membri del gruppo. «Non abbiamo imparato in internet noi – commenta – ma attraverso gli autentici trasmissori delle radici, che oggi sentiamo un po’ anche nostre».

Madonna Nera, “pizzicati” da Buenos Aires

«Suoniamo le radici di noi nati altrove»

Giorgia Salicandro

«Il legame con l’Italia, per noi nati altrove, comporta sempre un po’ di tristezza. Ho scoperto la Taranta, questa musica di guarigione, mentre anch’io ero in cerca di una guarigione. La musica è stato il mio personale percorso per riappropriarmi delle radici». Biografia argentina, memorie familiari calabresi e campane, un colpo di tamburello ha chiuso il cerchio dell’identità disseminata di Veronica Morello. A distanza di sei anni i “Madonna nera”, il gruppo fondato dalla cantante e percussionista di Buenos Aires, è riuscito a traghettare in patria una tradizione musicale sconosciuta anche agli “aficionados” dell’Italia, diventando un piccolo caso di successo nel Paese. E ora “torna” nell’ideale luogo d’origine per condividere un racconto di incontro e contaminazione tra culture. Il tour, partito dal Molise e transitato anche dal Castello di Acaya, questa sera alle 22 farà tappa al Barroccio di Lecce.

Maxi Manzo – voce, chitarra, tamburello – Guadalupe Soria – voce, clarinetto, caja chayera – Julian Gandara – charango, ronroco, lira calabrese – Matias Gatica Duco – tammorra, bombo leguero – Alexia Thedwrou – danza – insieme a Veronica che suona tamburello, tammorra, cencerro: basta una parziale elencazione degli strumenti in scena per restituire lo spirito di Madonna nera, che anche nel nome, col riferimento alla madonna catalana di Santa Maria di Bonaria, è un omaggio alla ibrida Buenos Aires in bilico tra America ed Europa.

Pizziche, tarante, canti alla stisa, stornelli salentini, ma anche tarantelle calabresi, tammurriate e altri repertori, per ricucire pezzo dopo pezzo quel Sud Italia delle origini che non è solo melodramma e “Volare”.

«Avevo cominciato a studiare la musica italiana grazie a mio padre, che ha un programma in radio per la comunità italiana – racconta Morello – prima le canzoni napoletane, poi ho scoperto la Taranta. Sarà un caso, ma io sono nata proprio il 29 giugno, il giorno delle tarantate».

È andata a finire che tre dei suoi compleanni li ha trascorsi nel Salento. Ma nel Salento è anche venuta ad apprendere il canto popolare come si faceva una volta. Rosaria Gaballo, una delle quattro famose sorelle neretine, e la giovane Vincenza Magnolo, morta prematuramente: Morello ha vissuto con loro per sette mesi, poi le ha portate in argentina perché trasmettessero il loro sapere anche agli altri membri del gruppo. «Non abbiamo imparato in internet noi – commenta – ma attraverso gli autentici trasmissori delle radici, che oggi sentiamo un po’ anche nostre».

Madonna Nera, “pizzicati” da Buenos Aires

«Suoniamo le radici di noi nati altrove»

Giorgia Salicandro

«Il legame con l’Italia, per noi nati altrove, comporta sempre un po’ di tristezza. Ho scoperto la Taranta, questa musica di guarigione, mentre anch’io ero in cerca di una guarigione. La musica è stato il mio personale percorso per riappropriarmi delle radici». Biografia argentina, memorie familiari calabresi e campane, un colpo di tamburello ha chiuso il cerchio dell’identità disseminata di Veronica Morello. A distanza di sei anni i “Madonna nera”, il gruppo fondato dalla cantante e percussionista di Buenos Aires, è riuscito a traghettare in patria una tradizione musicale sconosciuta anche agli “aficionados” dell’Italia, diventando un piccolo caso di successo nel Paese. E ora “torna” nell’ideale luogo d’origine per condividere un racconto di incontro e contaminazione tra culture. Il tour, partito dal Molise e transitato anche dal Castello di Acaya, questa sera alle 22 farà tappa al Barroccio di Lecce.

Maxi Manzo – voce, chitarra, tamburello – Guadalupe Soria – voce, clarinetto, caja chayera – Julian Gandara – charango, ronroco, lira calabrese – Matias Gatica Duco – tammorra, bombo leguero – Alexia Thedwrou – danza – insieme a Veronica che suona tamburello, tammorra, cencerro: basta una parziale elencazione degli strumenti in scena per restituire lo spirito di Madonna nera, che anche nel nome, col riferimento alla madonna catalana di Santa Maria di Bonaria, è un omaggio alla ibrida Buenos Aires in bilico tra America ed Europa.

Pizziche, tarante, canti alla stisa, stornelli salentini, ma anche tarantelle calabresi, tammurriate e altri repertori, per ricucire pezzo dopo pezzo quel Sud Italia delle origini che non è solo melodramma e “Volare”.

«Avevo cominciato a studiare la musica italiana grazie a mio padre, che ha un programma in radio per la comunità italiana – racconta Morello – prima le canzoni napoletane, poi ho scoperto la Taranta. Sarà un caso, ma io sono nata proprio il 29 giugno, il giorno delle tarantate».

È andata a finire che tre dei suoi compleanni li ha trascorsi nel Salento. Ma nel Salento è anche venuta ad apprendere il canto popolare come si faceva una volta. Rosaria Gaballo, una delle quattro famose sorelle neretine, e la giovane Vincenza Magnolo, morta prematuramente: Morello ha vissuto con loro per sette mesi, poi le ha portate in argentina perché trasmettessero il loro sapere anche agli altri membri del gruppo. «Non abbiamo imparato in internet noi – commenta – ma attraverso gli autentici trasmissori delle radici, che oggi sentiamo un po’ anche nostre».

Madonna Nera, “pizzicati” da Buenos Aires

«Suoniamo le radici di noi nati altrove»

Giorgia Salicandro

«Il legame con l’Italia, per noi nati altrove, comporta sempre un po’ di tristezza. Ho scoperto la Taranta, questa musica di guarigione, mentre anch’io ero in cerca di una guarigione. La musica è stato il mio personale percorso per riappropriarmi delle radici». Biografia argentina, memorie familiari calabresi e campane, un colpo di tamburello ha chiuso il cerchio dell’identità disseminata di Veronica Morello. A distanza di sei anni i “Madonna nera”, il gruppo fondato dalla cantante e percussionista di Buenos Aires, è riuscito a traghettare in patria una tradizione musicale sconosciuta anche agli “aficionados” dell’Italia, diventando un piccolo caso di successo nel Paese. E ora “torna” nell’ideale luogo d’origine per condividere un racconto di incontro e contaminazione tra culture. Il tour, partito dal Molise e transitato anche dal Castello di Acaya, questa sera alle 22 farà tappa al Barroccio di Lecce.

Maxi Manzo – voce, chitarra, tamburello – Guadalupe Soria – voce, clarinetto, caja chayera – Julian Gandara – charango, ronroco, lira calabrese – Matias Gatica Duco – tammorra, bombo leguero – Alexia Thedwrou – danza – insieme a Veronica che suona tamburello, tammorra, cencerro: basta una parziale elencazione degli strumenti in scena per restituire lo spirito di Madonna nera, che anche nel nome, col riferimento alla madonna catalana di Santa Maria di Bonaria, è un omaggio alla ibrida Buenos Aires in bilico tra America ed Europa.

Pizziche, tarante, canti alla stisa, stornelli salentini, ma anche tarantelle calabresi, tammurriate e altri repertori, per ricucire pezzo dopo pezzo quel Sud Italia delle origini che non è solo melodramma e “Volare”.

«Avevo cominciato a studiare la musica italiana grazie a mio padre, che ha un programma in radio per la comunità italiana – racconta Morello – prima le canzoni napoletane, poi ho scoperto la Taranta. Sarà un caso, ma io sono nata proprio il 29 giugno, il giorno delle tarantate».

È andata a finire che tre dei suoi compleanni li ha trascorsi nel Salento. Ma nel Salento è anche venuta ad apprendere il canto popolare come si faceva una volta. Rosaria Gaballo, una delle quattro famose sorelle neretine, e la giovane Vincenza Magnolo, morta prematuramente: Morello ha vissuto con loro per sette mesi, poi le ha portate in argentina perché trasmettessero il loro sapere anche agli altri membri del gruppo. «Non abbiamo imparato in internet noi – commenta – ma attraverso gli autentici trasmissori delle radici, che oggi sentiamo un po’ anche nostre».

«Il legame con l’Italia, per noi nati altrove, comporta sempre un po’ di tristezza. Ho scoperto la Taranta, questa musica di guarigione, mentre anch’io ero in cerca di una guarigione. La musica è stato il mio personale percorso per riappropriarmi delle radici». Biografia argentina, memorie familiari calabresi e campane, un colpo di tamburello ha chiuso il cerchio dell’identità disseminata di Veronica Morello. A distanza di sei anni i “Madonna nera”, il gruppo fondato dalla cantante e percussionista di Buenos Aires, è riuscito a traghettare in patria una tradizione musicale sconosciuta anche agli “aficionados” dell’Italia, diventando un piccolo caso di successo nel Paese. E ora “torna” nell’ideale luogo d’origine per condividere un racconto di incontro e contaminazione tra culture. Il tour, partito dal Molise e transitato anche dal Castello di Acaya, questa sera alle 22 farà tappa al Barroccio di Lecce.

Maxi Manzo – voce, chitarra, tamburello – Guadalupe Soria – voce, clarinetto, caja chayera – Julian Gandara – charango, ronroco, lira calabrese – Matias Gatica Duco – tammorra, bombo leguero – Alexia Thedwrou – danza – insieme a Veronica che suona tamburello, tammorra, cencerro: basta una parziale elencazione degli strumenti in scena per restituire lo spirito di Madonna nera, che anche nel nome, col riferimento alla madonna catalana di Santa Maria di Bonaria, è un omaggio alla ibrida Buenos Aires in bilico tra America ed Europa.

Pizziche, tarante, canti alla stisa, stornelli salentini, ma anche tarantelle calabresi, tammurriate e altri repertori, per ricucire pezzo dopo pezzo quel Sud Italia delle origini che non è solo melodramma e “Volare”.

«Avevo cominciato a studiare la musica italiana grazie a mio padre, che ha un programma in radio per la comunità italiana – racconta Morello – prima le canzoni napoletane, poi ho scoperto la Taranta. Sarà un caso, ma io sono nata proprio il 29 giugno, il giorno delle tarantate».

È andata a finire che tre dei suoi compleanni li ha trascorsi nel Salento. Ma nel Salento è anche venuta ad apprendere il canto popolare come si faceva una volta. Rosaria Gaballo, una delle quattro famose sorelle neretine, e la giovane Vincenza Magnolo, morta prematuramente: Morello ha vissuto con loro per sette mesi, poi le ha portate in argentina perché trasmettessero il loro sapere anche agli altri membri del gruppo. «Non abbiamo imparato in internet noi – commenta – ma attraverso gli autentici trasmissori delle radici, che oggi sentiamo un po’ anche nostre».

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